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Mi appresto a leggere le ultime pagine di “Gomorra”, il saggio scritto da Roberto Saviano nel 2006. Avevo già letto il libro quasi subito dopo la pubblicazione ma, mea culpa, l’ho fatto in un periodo molto caotico della mia vita e, doppia mea culpa, non l’ho metabolizzato. Già, perché “Gomorra” si deve metabolizzare, si deve fare proprio. Ogni pagina dovrebbe integrarsi al DNA, proprio come se fosse un virus che prepotentemente aggiunge un qualcosa alla propria cellula ospite. La scelta di un ragazzo quasi trentenne che si assume ogni responsabilità e mette nero su bianco cosa succede nel suo paese.

Saviano è astuto, è un giornalista. Si infiltra, si finge idiota comprando un riproduttore mp3 ad un prezzo dieci volte il suo valore di mercato perché vuole, intimamente, vedere che canzoni ascoltano i killer quando premono il grilletto. Quando straziano la carne viva con un tondino di ferro dal diametro di nove millimetri. E forse, inconsapevolmente, Saviano mette in luce la stupidità del Sistema; che è convinto di fottere una persona sfilandole di tasca cinquanta euro, in cambio di un riproduttore, mentre, in realtà, l’incauto acquirente è più furbo ed è lui che sta fottendo il sistema.

Roberto Saviano traccia un quadro netto e separa la legalità dall’illegalità. Lo fa con una semplicità assoluta e spietata. Una semplicità vera. Una frase è emblematica, si trova a pagina 255:

Le batterie di fuoco si stavano preparando ed i carabinieri erano pronti a raccogliere i cadaveri dalla mattanza.

Tutti dovremmo essere un po’ Saviano.