Archive for the ‘Personale’ Category
My tea’s gone cold I’m wondering why I..
got out of bed at all
The morning rain clouds up my window..
and I can’t see at all
And even if I could it’d all be gray,
but your picture on my wall
It reminds me, that it’s not so bad,
it’s not so bad…
Questa canzone mi ha sempre, sinesteticamente, ricordato la tristezza. Sarà per quella parte che recita “la pioggia di mattino oscura la finestra / e non posso vedere nulla / anche se avessi potuto tutto sarebbe grigio / ma tua foto nel muro mi ricorda che non va tanto male”.
Ora, non mi va di scrivere filippiche sull’emotività, sul dolore e sulla tristezza. Rimango sempre un inguaribile ottimista. Tuttavia, in certi momenti, c’è da considerare che lo scorrere delle cose sembra una corsa di auto. C’è una curva, la macchina rallenta, vede che sta per essere sorpassata. Il pilota compie un errore: giù sull’acceleratore e letale sovrasterzo. Le ruote fischiano la macchina sta per girarsi e finire fuori dalla pista, lo sterzo vibra. Se il guidatore ha ancora un briciolo di lucidità lascia gentilmente il pedale dell’acceleratore, gira lo sterzo dall’altra parte e affonda nuovamente con il gas. La macchina fischia ancora per un po’ ma, si riprende. E poi, vuoi mettere lo sprint sul rettilineo?
Il petrolio sta per finire, del nucleare non si hanno certezze, il solare costa quanto una notte ad Arcore. Come fare, quindi, per poter ricavare energia nel modo più pulito possibile?
Sono orgoglioso di presentervi il generatore donna-donna che, al momento, è solo un prototipo ma possiede delle funzionalità molto interessanti. Cerco investitori per il suo sviluppo e, nel frattempo, vi posto il mio proof of concept.
Fondamenti scientifici
- Una donna deve avere l’ultima parola.
- Due donne non possono mai essere daccordo su un argomento.
- Un discorso tra due donne, in termini di volume della voce, aumenta sempre all’aumentare del tempo.
Questi enunciati sono sperimentalmente verificabili e sono validi per qualsiasi donna presente nell’universo e si estendono anche per Alfonso Signorini.
Lista degli oggetti
Pre poter costruire il generatore donna-donna servono ben pochi strumenti. In particolare la lista degli oggetti necessari è la seguente:
- 2 Donne
- 2 microfoni giganti.
- 1 Stanza separata da una lastra trasparente ma sufficientemente resistente ai pugni.
Funzionamento
Prima di illustrare il funzionamento spieghiamo come funziona un microfono. Quando la voce viene emessa si ha uno spostamento di aria che colpisce la membrana del microfono. La membrana, a sua volta, è collegata ad un cono che è legato ad un magnete. Ad ogni movimento della membrana si produce una piccola tensione, nell’ordine dei pochi milliVolt e dei milliAmpere. In altre parole si trasforma l’energia fisica contenuta nello spostamento d’aria in energia elettrica.
Mettendo due donne in una stanza divisa in due compartimenti da una robusta lastra trasparente, che però lascia passare il suono (magari da due o tre feritoie), e ponendo loro un qualsiasi dilemma queste inizieranno a discutere educatamente tra loro. Già all’inizio le donne non sono daccordo.
Se nei due compartimenti poniamo i gigantesci microfoni questi, all’inizio, non produrranno energia. Dopo un intervallo di tempo le donne inizieranno a discutere animatamente e l’intensità del suono si farà sempre più grande. Siccoma nessuna delle due donne vorrà lasciare l’ultima parola all’altra l’accrescimento della discussione sarà di tipo logaritmico. A questo punto, dopo un paio d’ore, da un stanzetta di volume ridottissimo sarà possibile ricavare energie paragonabili a quelle della fusione nucleare.
Per far cessare la reazione basta dividere le due donne, ad esempio facendo calare una tendina scura, e dicendo che “l’altra ti ha dato ragione”.
In questi ultimi quattro anni ho pensato a questo momento. Pensavo di scrivere, come è il mio solito, con l’accento cadenziato e triste, distillato dalla linfa degli attimi che passano. Attimi freddi, scuri. Immobili. Invece no, caro Pippo, perché forse, e ne sono certo, adesso sei tornato esattamente come eri prima. E sono qui, anziché a piangerti, a ricordare. Perché è il ricordo quello che può legare due persone negli infiniti attimi dell’eternità. E ricordandoti voglio ringraziarti per tutti i bei momenti passati assieme. Per la tua generosità nei nostri confronti. Tu sei stato, e sarai, tra le poche persone a credere in me. Ed in noi.
Ti ringrazio per la famosa birra alla galleria di Milano, servita da un incredulo cameriere. E vuoi mettere il saccheggio del frigobar? Grazie per aver girato in lungo ed in largo quel quartiere di Milano, alla ricerca di un nobile Cinema che subito, per carenza di terziario, si trasformò in ricerca perfino di un night-club. Grazie per l’ananas, che comunque ancora non ci è arrivato. Grazie per le risme di carta, per i cd, per le penne che puntualmente compravi per me. Grazie per la cintura prestata che, uno di questi giorni, ti ritornerò. Grazie per avermi mostrato la giusta via, anche a modo tuo. Grazie per aver sofferto con me in questi lunghissimi anni di governo berlusconi che, come vedi, è scritto in minuscolo. Mi spiace, non lo potrai vedere cadere, ma ti assicuro che te lo racconterò. Grazie per il brindisi sull’aereo, per avermi rubato il vino questo natale, per avermi prestato la macchina. A proposito di macchina. Grazie per avermela fatta provare il primo chilometro della sua vita e, mentre tiravo le marce, avermi incitato a spremerla ancora di più. Grazie per il cane che, fino ad oggi, chiamavi e volevi vicino. Per aver preso dalla cucciolata il più brutto, perché Gino è brutto – non lo puoi negare -, e per aver risarcito la mamma ed i fratelli con tre buonissimi panini comprati all’autogrill. Grazie per avermi fatto smontare la vespa, quando invece era soltanto a corto di benzina.
Grazie per “quello” scherzo, creato in semiclandestinità. Il re di tutte le supercazzòle partorito di fronte al camino, con un pezzo di carta e tantissima fantasia. A proposito grazie per il camino, per tutta la legna che, con uno sguardo e con un “caricamu?” mi facevi mettere. E scusami se questa estate ho lasciato a metà lo spostamento della legna.
Grazie per aver ascoltato i miei silenzi, e per la tua capacità di riuscire a tradurli.
Grazie per esserti dimostrato, e ce ne vuole davvero, ancora più agnostico e mangiapreti di me. A proposito, sono convinto della non esistenza di un qualsiasi dio. Ma sono altrettanto convinto che se ci fosse, a quest’ora, stareste già litigando di brutto.
Ci vediamo, se puoi scusami per tutto.
Robertina, la ragazza che tutti noi conosciame per essere sempre gentile e disponibile, la ragazza che adoro per il suo modo rispettoso di trattare le persone guardava il mio cellulare. Ed io osservavo lei che, con gli occhi spalancati, ne scrutava ogni piccolo dettaglio. Ogni riflesso, la grandezza del display, la lucentezza delle immagini, il design gradevole e moderno.
“È fatta – pensavo io – le piace”.
Ipotizzavo, nella mia mente, che mi chiedesse come si installano le applicazioni, quanto durava la batteria se staccavo il WiFi, se il GPS fosse effettivamente preciso. Lasciando andare la mia fantasia pensavo, addirittura, che mi potesse fare “la” domanda regina, quella che è alla base di tutti i discorsi, la pietra filosofale di colui che possiede un telefonino di nuova generazione. Ritenevo, con l’azzardo di chi sta vivendo un momento chiave, che potesse girarsi di scatto, guardarmi negli occhi, e chiedere se avesse più app l’android market o l’apple store.
Invece no. Stava zitta a guardare.
Poi ha preso un paio di forbici e mi ha detto “se facesssi a pezzi il filo del caricabatterie?”. Un ghigno di soddisfazione illuminò il suo viso. Accanto a lei un coltello, di quello che si usa per tagliare la carne. Mi guardava, ed io guardavo lei. “Se è vero che il display è vetro non si spaventerà certo di questa punta. Oppure, oppure… Se faccio cadere il caricabatterie su questo display, non si dovrebbe rompere. Proviamo?”.
Poi, ma magari sono coincidenze, ho notato una cosa. Ultimamente mi da dei colpi secchi a livello del taschino della giacca dove, stranamente, tengo il telefono. Non so perché, con quello vecchio non l’ha mai fatto. Non mi ha mai detto, in mezzo alla strada, “ti vuoi muovere”, con un tono simile a quello di Pucci di Colorado Café. Certo, lei aveva fretta di andare a casa ed io ero immobile in mezzo ad un incrocio a cercare di agganciare un cazzo di satellite, ma questi sono dettagli.
Ora io non capisco se ci sia astio nei confronti dell’amo, del mio telefonino, dicevo. Forse tutto si poteva risolvere se le avessi presentato questo oggetto, figlio della più fine tecnologia disponibile in altro modo. La storia è questa. Appuntamento di fronte ad una banca, nel centro di Messina. Per me, che sono capace di perdermi nel mio paese fatto da quattro vie che si incrociano come nello schema del “tris”, era una missione impossibile. Lei era rassegnata ad aspettarmi per un po’ di tempo, in misura necessaria a farmi trovare un vigile non impegnato a bere il caffé al bar per otto ore di fila. Siamo sempre a Messina, eh! Invece no, a voce chiedo la destinazione, aggancio al satellite, e pof! Arrivato in men che non si dica. Mi ha pure suggerito dove parcheggiare. Lei, con vivo stupore, mi chiede come sono arrivato a destinazione. Magari avrà pure messo in cantiere l’ipotesi di una mia relazione clandestina. Con una che sta proprio sopra la banca. O di fronte, per dire. Ed io, con orgoglio, le faccio vedere il gioiellino.
Uscendolo dal taschino della giacca.
Silenzio. Dopo pochi passi: “Tu sei scemo di tuo, se non sforzi il cervello e ti affidi ad un cellulare, quel neurone che ti ritrovi si atrofizza.”
Non ho capito, ancora adesso, a cosa si riferisse. Per quale motivo dovrei rincogliormi? CMQ adss nn c penso. Vado a grdmi il grande fratello, ke trpp figo!!!!!!!!!!!!! VVUMDB.
Penso che a breve aggiornerò, nuovamente, il blog. Non trovo più stimolo nello scrivere. Sarà che facebook rovina i blogger, sarà che forse non c’è più nulla da scrivere, sarà che oggettivamente mi manca il tempo.
Vedremo.
Mah, solita vita. A dicembre il raffreddore si è presentato più puntuale dell’aumento delle tasse. Ci sono novità all’orizzonte ma, come sempre, i dettagli sono top secret.
Pioggia che scende,
accarezza l’aria,
si posa sulle foglie,
le piega.
Sfere di acqua,
che fanno sussurrare il vento
con la consapevolezza
dell’inevitabile incontro.
Pioggia che scende,
che cade a terra.
Metafora della vita,
anatema dell’uomo.
Impetuosa dolcezza
da rispettare.
Che colpisce con garbo
con un coro di mille voci.
Tutto questo per dire che diluvia e forse ho lasciato il finestrino aperto della macchina. Domani, finalmente, potrò trasferire l’acquario.
(Il titolo deriva dalla storpiatura del libro dell’ottimo Rampini: “la speranza indiana”)
Fino alla settimana scora ero più che sicuro che Berlusconi fosse un po’ come Andreotti. Anzi, ritenevo che a differenza del democristiano potesse mettere nell’albo la Presidenza della Repubblica. Questo, oggettivamente, mi avrebbe fatto schifo.
Adesso penso che Berlusconi, dopo quasi un “ventennio”, sia spacciato. Il suo partito spalla, ovvero sia la Lega Nord, alla fine farà due conti e capira che di tutto l’ambaradan richiesto non ha ottenuto nulla, tranne degli aborti di federalismo. I giornali, ovvero le sue guardie del corpo, stanno passando un periodo non molto felice. Alla convention organizzata per difendere la libertà di stampa mi sembravano come il micino della pasta barilla: innocui.
Ovviamente, da sinistra, nessun segno di vita.
C O R R O T T I
Qualche post più in fondo, scrivevo circa la mia speranza che OpenOffice.org potesse diventare ancora più maturo. La popolare, ed il termine non è preso a caso, suite di videoscrittura è passata di proprietà: da Sun a Oracle. Per chi non conoscesse queste due aziende basta dire che da sole giustificano l’esistenza della Silicon Valley “informatica”. E non sto scherzando.
Adesso OpenOffice sembra in fase terminale e, buona parte dei vecchi programmatori, hanno deciso di portare il progetto su Libre Office.
Perché?
Sun ha creato Java, un linguaggio di programmazione all-oriented che, personalmente, detesto. Ciò non toglie che molte applicazioni sono scritte in Java, compresi i giochini del cellulare. Sun ha acquisito MySQL, un database veloce, stabile e funzionale, grazie al quale vi è possibile leggere questo post. Chiunque voglia programmare una applicazione, meglio se web-oriented, con buona pace degli animi finirà a usare MySQL. Sia chiaro: non lo fa perché c’è una posizione dominante, ma perché è un software che, rispetto a MsSQL, Oracle, SQLite, PostgreSQL fonde robustezza e semplicità.
Poi c’è OpenOffice.org, una suite gratuita nata dalle ceneri di StarOffice che si propone come alternativa al, costoso, pacchetto Office di Microsoft. A mio avviso la differenza tra OpenOffice.org e Microsoft Office è abissale: once you try that you’ll never come back (ritornello leggermente modificato).
Io utilizzo MySQL ma, soprattutto, utilizzo OpenOffice.org. Grazie a questo strumento ho preso appunti, ho catalogato idee e pensieri, ho scritto racconti e formattato libri (già libri!). E mi unisco a coloro che pensano che Oracle sia disposta a mettere “soltanto” il marchio e continuare con una filosofia diversa il lavoro su OpenOffice.