Io non ho molta fortuna.

Non so neppure come abbia fatto mio padre a mettere incinta mia madre, non capisco dove, quarantasette anni fa, abbia trovato il tempo per una intera notte. Lui e quella sua eterea azienda da seguire, da gestire, da comandare. Quei viaggi su e giù per il mondo. Oggi a Roma, domani a Parigi e il prossimo weekend a New York.

Da bambino pensavo che queste città fossero disposte lungo una ipotetica linea retta. Abbracciate e servite da una unica autostrada, che soltanto per brevi tratti curvava. Pensavo che quello stronzo di mio padre, su quella costosissima Citroen DS Pallas, che come forma mi faceva tornare in mente una raffigurazione di uno squalo vista in una copertina di un libro di Verne, potesse andare e venire da ogni città in pochissimi minuti. Avevo un fottuto bisogno di sapere che se avessi avuto di bisogno lui avrebbe mollato la sua valigia di pelle per venire a casa. Anche per giocare.

Invece no. Niente di tutto ciò.

Quando compresi che la disposizione delle città non era tanto eterogenea, continuai a sperare. E mi fu complice la televisione. Guardavo ipnotizzato qualsiasi forma, qualsiasi cosa uscisse da quello schermo acromatico. E pensavo che, un giorno, avrei potuto vedere mio padre tra la folla, magari con la sua Citroen pesciforme e con la sua ventiquattrore. Gli ittiopsidi, però, sono bravi a nascondersi.

Nel frattempo ci trasferimmo in Toscana. In una casa umida, ma immersa nel verde e nella pace. Avevamo un cortile che sembrava dissolversi in una valle, con due sontuosi alberi che parevano sorvegliarlo. Si mostravano come due cavalieri che con la loro mole vegliavano su chi potesse transitarvi lasciando passare soltanto le persone buone.

Vennero gli anni ’80. L’ultimo ricordo che ho di mio padre appartiene a quel cortile. Trovò comodo fermare la sua Lotus Espirit turbo sotto gli alberi, aspettò due o tre minuti e scese con un cucciolo di Labrador. Era  piccolo e spaventato. Mi disse che quel cane poteva essere un ottimo compagno di giochi, che doveva partire per affari e che non sarebbe tornato presto.

Ero dentro casa quando sentì il rombo di quel poderoso quattro cilindri in linea turbocompresso.

Non lo rividi più.

Leave a Reply