Attenzione. Di seguito leggerete degli spoiler. Se non vi interessa rovinarvi tutta la serie, conoscendone la fine, non continuate.

Scrivo a caldo. Lost è finito.

C’è un momento in cui i losters, smarriti nell’isola, smarriti ancor prima nella vita, forgiano il loro futuro, sperano di lasciare l’isola e lasciare il passato. La redenzione è stato il tema chiave di tutta la serie. Gli ultimi due minuti sono saturi di questo co ncetto. Per comprendere il messaggio, ancor prima di cercare di dare risposta ai (tanti) interrogativi lasciati in sospeso, dovrebbe essere analizzata minuziosamente l’ultima sequenza. Jack muore sull’isola, non ci sarà Kate che cucirà la ferita. In quella che dovrebbe essere la realtà “alternativa”, quella creata dai losters, Jack incontra suo padre in una chiesa piena di simbolismi che rimandano, riassumono e concentrano i temi trattati della serie. Perché Lost è stata una serie commerciale, ma dal fortissimo contenuto “filosofico”. Jack incontra il padre, la vetrata in secondo piano, giusto nel posto delle “due righe” della composizione fotografica, contiene il simbolo rappresentativo dello Yin e yang. Del bianco e del nero. Del bene e del male. La porta si apre con le due madonne, nelle quali Charlie trovò l’eroina. Christian Sheppard, il pastore cristiano, l’antinomico padre, rivela al figlio di essere sia morto sia reale.

Jack muore da solo. Live together, die alone. Ma nella realtà alternativa avrà Kate.

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