Archive for September, 2009
I fatti li sapete già. Sei militari Italiani, della Folgore, sono stati uccisi in un attentato. Sapete benissimo che hanno ricevuto i funerali di Stato. Per quanto mi riguarda non ho nulla in contrario alla partecipazione dello Stato, e delle Autorità militari, nel rito funebre e, per quanto possa valere la mia opinione, mi dispiace per la loro morte e per le loro rispettive famiglie. Da quel giorno nulla sarà più lo stesso, dal punto di vista umano ed economico.
Però c’è una cosa che non riesco a capire. Perché, se la nostra istituzione repubblicana è fondata sul lavoro, lo stato volta le spalle a tutti i caduti, che meritano uguale stima e rispetto, pur non essendo militari? A Roma, oggi, ne sono morti altri due.
Non voglio ingolfalmi sul fatto che la nostra presenza in Afganistan possa essere equiparabile ad una missione di pace. (Secondo me lo è soltanto in parte). Perché il Capo dello Stato, o una qualsiasia altra carica non spende mai una autentica parola per ricordare le vittime sul lavoro, se non un proclamo precompilato che ha soltanto uno spazio vuoto per il nome ed il cognome del malcapitato di turno?
Il caffécaffè della vittoria è speciale. Può essere buono, buonissimo o bruciato. In tazzina o in un bicchiere di plastica. È speciale perché te lo gusti come se fosse un caffécaffè degno di un re. Corona una grande soddisfazione, un obbiettivo raggiunto o un passo avanti verso una meta. Quando lo sorseggi capisci che è speciale: è il caffécaffè della vittoria.
E puoi lasciarlo in macchina: lì, in bella vista vicino alla leva del cambio.
UPDATE: sono un somaro.
Ieri sera ho assistito alla migliore pagina del giornalismo degli ultimi centocinquant’anni. In un clima di tensione, nello studio della terza camera, Bruno Vespa ha accolto freddamente il presidente del consiglio. Ha iniziato con un uppercut, un colpo che si sferra per giustiziare l’avversario sul ring, ricordando che quelle casette sono soltanto l’inizio di un lungo cammino. Berlusconi, smarrito, ha cercato con lo sguardo l’aiuto di qualche collaboratore mimetizzato nel pubblico, un foglietto d’appunti, un gobbo. Nulla. Ha annaspato nell’oceano che lo sommergeva, cercato di salvare le castagne puntualizzando che quelle non sono casette. Vespa, un po’ infastidito, ha subito mandato un servizio nel quale un gruppo di contestatori urlava ed inveiva contro il presidente. Gelo.
Allontanandosi dalla poltrona, il giornalista, ha rivolto un gancio preciso e potente: “Tutti quelli perché protestavano?”. Berlusconi non ha potuto raccontare la balla del comunismo da rivolta perché, con rapidità fulminea, un rosso Sansonetti lo incalzava dicendo che i comunisti esistono soltanto nella testa di Berlusconi. Che i visi iracondi delle persone sono comunisti perché hanno in comune una misera tenda.
La trasmissione trappola era lontana dal finire. Il presidente snocciola dei numeri e prontamente Vespa ricorda che duecento giorni sono più che sufficienti per costruire le casette. Berlusconi risponde dicendo che è sempre meglio di non avere niente e Vespa, con un montante, lo zittisce ricordando che aveva promesso la disponibilità delle sue case e ville.
Il clima è sempre più teso. Arriva il momento di parlare di alleanze. Berlusconi sfodera un sondaggio secondo il quale è quasi al 70%, Vespa, furbescamente, lo lascia parlare. Tronfio del proprio discorso, il presidente del consiglio, dice di essere convinto che anche se le trasmissioni del servizio pubblico lo attaccano, la prova è insita nel Porta a Porta, la gente è con lui. Menomale che Silvio c’è. Un attimo è sembrato eterno fino a quando il conduttore esclama: “Vediamo chi c’è al telefono”. Risponde Pierferdinando Casini, che annuncia, in diretta, il secondo divorzio di Berlusconi nel giro di pochi mesi. Vespa è come se dicesse “fatti due calcoli, arrivi al 70% adesso?”.
Subito dopo, nello studio, si sente il conduttore dire “E con Fini? Come la mettiamo?”
Poi, però, mi sono svegliato.
Per dire quanto sono fortunato basta raccontare una piccola telefonata di oggi nella quale la mia amata compagna di vita, nella sua caratteristica sincerità, pur volendomi fare una sorpresa, mi ha confessato di essere dal parrucchiere. Ed io, pubblicamente, le confesso che sto andando a radermi.
Il giucco, in dialetto siciliano/messinese, è quel letto di fortuna fatto dai contadini con la paglia, con il fieno e con le sterpaglie trovate in campagna.
Usiamo spesso la frase “mi giuccu”, come per voler dire “me ne vado a letto, qualsiasi esso sia; enfatizzando in questo modo la voglia di riposare, a prescindere dalla comodità del letto.
In questo istante ‘u giuccu mi è molto vicino. Due sedie a mo’ di comodino, un letto riesumato, polvere e anarchia mi circondano. Passerò la notte qui, sfiorato dal vento fresco e dal “sereno”, ovvero dalla rugiada che è tipica dell’estate che muore lasciandosi dietro altre piccole aliti di fuoco.
A pochi metri c’è casa, elettricità, pulizia. Prese a volontà per collegare il cellulare che sente di spegnersi proprio come il protagonista di “Hotel California” degli Eagles. Ma dormire qui, stanotte, mi sta facendo rivivere alcune piccole emozioni oramai archiviate nella mia sconfinata memoria.
Non ho fatto i compiti per domani, la maestra non ne sarà contenta.
Oggi, per solidarietà, dopo oltre sette anni, ricomprerò l’Unità.
Dalla, recentemente finita, vacanza a Vulcano ho capito alcune cose.
1) Meglio non immischiarsi in gare di rutti. Perderei comununque.
2) Il Mojito è buono, buonissimo. Però mi fa sentire super-eroe.
3) Mai far finta di nulla di fronte alla nave.