Apprendo dal blog di Antonio di Pietro che un siciliano è stato condannato. Che avrà mai fatto? Associazione a delinquere di stampo mafioso? No, peggio! Terrorismo? Peggio ancora? Pedofilia? Ancora peggio: stampa clandestina! Il suo nome è Carlo Ruta, non lo conosco ma ho sbirciato la sentenza del tribunale che potete trovare qui. Un passaggio del documento è di fondamentale importanza:
All’udienza del 29.01.2008 il Tribunale disponeva degli ulteriori accertamenti mediante la Polizia Postale di Catania relativamente alla cadenza con cui il sito veniva aggiornato e con cui venivano pubblicati gli articoli.
In pratica il problema non sta tanto nel fatto che una persona possa avere un sito con un numero imprecisato di articoli ma, verosimilmente, che questa persona possa aggiornare detti articoli con una cadenza ben definita. Giorni, settimane o mesi. Più avanti:
In sintesi devono essere inscritte, nell’apposito registro tenuto dai tribunali civili, le testate giornalistiche on-line che abbiano le stesse caratteristiche e la stessa natura di quelle scritte o radio-televisive e che, quindi, abbiano una periodicità regolare, un titolo identificativo (testata) e che diffondano presso il pubblico informazioni legate all’attualità.
Il fatto notevole è che, dal punto di vista squisitamente giurisprudenziale la sentenza è perfetta perché la legge in questione (quella del ’48) e le successive modifiche possono identificare negli spazi web che hanno un qualche guadagno (AdSense oramai ce l’hanno tutti) ed un minimo di periodicità una testata giornalistica.
Ovviamente sono più che certo che il Ruta in questione non avesse intenzione di violare quella legge per il semplice fatto che il mercato dell’editoria online non è fiorente come quello della carta-stampata ma vorrei fare una considerazione personale. Se partiamo dal presupposto che uno spazio web deve essere registrato per poter identificare eventuali infrazioni, ad esempio una a caso tra le varie sottocategorie della diffamazione, allora che bisogno c’è di dover registrare la testata ad un tribunale? Se il giornalista ed il direttore di un giornale rispondono di quanto c’è scritto su un quotidiano registrato al tribunale la stessa cosa si può dire di una persona qualsiasi che ha un sito visto che, quest’ultimo, può essere sempre e comunque identificato grazie alla polizia postale. Vorrei spingere oltre il mio pensiero: supponiamo che un Tizio qualuque decidesse di “bypassare” la registrazione in tribunale e pubblicasse quotidianamente degli articoli rigurdanti fatti ed avvenimenti. E magari da questi “ci tira giù qualche soldo”. Se io, cittadino altrettanto comune, reputo tali articoli degni di essere letti allora la famosa democrazia nella libertà di espressione s’è compiuta; se li reputo delle baggianate allora non aprirò mai più il suo sito! Giocoforza perfino il blog di Di Pietro potrebbe essere uno stampato clandestino visto che l’onorevole pubblica quotidianamente dei testi riguardanti politica ed attualità.
La mia totale solidarietà, per quanto piccola possa essere, a Carlo Ruta, sperando che nel frattempo si faccia qualcosa (e qui la dea politica dovrebbe smuoversi). Penso che sia compito della politica, di qualsiasi colore, rendere la libertà di espressione un bene primario.