LinusIn principio c’era Radio Deejay: l’emittente più ascoltata in italia. Il target della radio, la cui sede era ed è Milano, era quello giovanile che andava dai dodici ai ventiquattro anni. Trasmetteva dunque musica dance che come il termine stesso suggerisce era una musica frivola, semplice, orecchiabile o, in sintesi, senza alcun contenuto.  La classica musica da fischiettare in spiaggia, o da mettere nel mitico Nokia 3310.

Poi il capo di Radio Deejay, tale Linus, fece la più grande cazzata della storia della umanità: cambiare genere musicale. Ma questo evento non fu disastroso per il budget della radio, la quale permane la più seguita in Italia, ma si dimostò pessimo perché creò un devastante danno generazionale. Questo perché si passava da una musica ballabile, ovvero la dance, ad una fintamente impegnata: l’ hip-hop.

Si misero in cantina i vecchi dischi dei progetti come Gaya, Lady Violet, DATURA fatti da persone senza volto per far solcare le puntine lungo le piste di artisti che, ahimé!, un volto ce l’hanno: Eminem, Usher, One-T e tanta altra bella gente. Se prima veniva canticchiata la melodia dance adesso, forzatamente, si associava al fenomeno mediatico un volto. Volto che di certo non faceva trasparire i classici “aspetti positivi” che ci-aspettiamo-da-tutti-i-media-per-stare-meglio. E così ecco spuntare bambocci vestiti da Clown in variante Dark con i pantaloni lunghi quanto il velo di una sposa, bandane da pirata, catenone prese dai MotoCross, tatuaggi da ergastolano plurisodomizzato e via discorrendo. Questo perché l’immagine del rapper doveva essere in ogni modo ricreata, secondo la pluriaffermata teoria dell’associazione vippiana.

Però è strano definire l’artista hip-hop come rapper e non, come propriamente dovrebbe essere, hip-hopper. Strano nella forma ma non nell’etimologia in quanto Rap ed Hip-Hop sono due generi cugini. O, per meglio dire, l’ Hip-Hop è l’aborto extrauterino del Rap, quella musica per certi versi popolare che scaturiva dalle persone di colore di certo non abbienti. Coloro che si facevano il culo a cubetti solo per poter avere un pezzo di pame e l’unico svago che potevano avere era quello incorporato in ognuno di noi: la voce. Mettere in rima discorsi, che scaturiscono da paure e delusioni, per canzonarli: ecco il Rap. Rappare voleva dire proprio questo, unirsi e canzonare, magare aiutati da una semplice base che in gergo si chiama Loop. Ed ecco spiegato perché i veri rapper erano personi anonime che portavano in spalla i mangianastri per aiutarsi con la base.

Rapper: persona povera, incazzata, che mette in rima discorsi coadiuvato da una semplice base. Possiamo dire la stessa cosa degli hip-hopper? A quanto pare no perché soltanto i denti d’oro devono costare una cifra, per non parlare delle autovetture che amano possedere a dozzine. E vediamo un po’ l’aspetto tecnico dell’ hip-hop: sintetizzatori, campionatori, mixaggi particolari. Cose che di certo un operaio negro non poteva permettersi.

E non parlatemi di naturale evoluzione, casomai di sacrosanto marketing. Il cui target è infantile.