Archive for May, 2007

Ieri ho avuto una cordiale, ma accesa, discussione con un amico di vecchia data sulla definizione di “commerciale” e su quello che, secondo me, è in assoluto il miglior album dei Pink Floyd. Sto parlando di “The dark side of the moon”, uscito nel 1973.

Io sono un deejay e pertanto, per me, la musica è -essenzialmente- elettronica. Per me, dunque, la seconda (o terza in base al vinile/cd che possedete) traccia dell’album della band inglese è un capolavoro. Ma non è dei miei gusti che scrivo che, come è risaputo, sono superficiali e sbrigativi ma del fatto che non credo sia stato umanamente possibile comporre e mixare quella canzone nel 1973. Non nego che ascoltarla mi mette paura, inquietudine. Dal punto di vista elettronico è perfetta.

Stamattina, avendo una buona mezza giornata da sprecare, ho preso alcuni testi di fisca per studiarmi le funzioni d’onda. Volevo ricreare le sinusoidi processate per poter ricreare la canzone “in studio”. So che Fabrizio Crisafulli non è Pink Floyd ma possiedo un computer di tutto rispetto capace di processare miliardi di volte le onde generate dai sintetizzatori della band che fu di Syd Barrett. A loro la genialità , a me il vantaggio della tecnologia che, secondo Moore, si è nel frattempo centuplicata.

Eccomi qui:

Sync to master tempo: 166 BPM.
Cutoff:
set up.
Resonance: set up.
Echo: off.
Resonance: warm, 2ms.
Wave 1: sinusoidal.
Wave 2: sinusoidal.
Wave 3. white noise.
Linear Frequency Oscillator: set up.
Mix-up: Programmable.

Ho cercato nella mia libreria di oggetti un urlo, un elicottero e una esplosione. Ho abbassato la qualità per rendere quanto più simile al brano originale.

Dopo un’ora il risultato: uno schifo. Fabrizio non è Pink Floyd, e su questo non avevo dubbi. La loro bravura ha superato la mia tecnologia. Però vorrei capire come diavolo hanno fatto a creare con le proprie mani e con gli strumenti limitati di quasi quarant’anni fa quello che per me è un capolavoro di elettronica.

Incuriosito cerco su internet informazioni e scopro che il gruppo, ormai sciolto, cambiato, ritrovato ha prodotto un disco nel 1995. Un disco Live dove c’è proprio on the run.

Lo scarico e ascolto la canzone live dei Pink Floyd 2.0, fatta con le tecnologie più moderne rispetto a quanto vi era nel 1973: uno schifo. Forse anche peggio della mia.

Non riesco a darmi una spiegazione. Non è come guardare un film, sapendo di non capire un’acca di montaggi, e rimanere sbalorditi quando trenta o quaranta anni addietro riuscivano a “far volare” le persone. E’ non capire una cosa di un campo che è “mio”.

Chissà se ho fatto bene? Ho diciassette anni e attorno a me sento che tutto sta cambiando. Papà dice che debbo essere riservata, che devo tenere tutto per me. Mi indica mia madre e non sopporta che avanzo delle riflessioni. Si arrabbia, grida, e mia madre si curva. Si china verso terra come se non avesse forza per parlare, ma con tanta voglia di dire la sua. I miei due fratelli mi guardano con occhi cattivi e quando mio padre finisce di farmi la ramanzina lo avvicinano e dicono lui che ha fatto bene.

Ma è strano, molto strano. Forse non è giusto chiudermi in un mondo che nemmeno è mio, qui è tutto cambiato e basta fare dieci chilometri di strada per vedere l’ “altro mondo”. Ho conosciuto due ragazze, islamiche, il mese scorso quando dovevo andare a fare compere a Mosul. Pensavo che i seguaci di Allah fossero ancora più chiusi di mio padre e dei miei fratelli. Invece no, loro parlano tra loro dei loro segreti più intimi. Si scambiano consigli perfino su come baciare un ragazzo ed io non posso nemmeno dir loro di quanto male sento dentro la pancia durante quei quattro o cinque giorni del mese. Non posso perchè mamma dice che sono cose mie, che nessuno può rubarmi l’anima. Forse loro mi potrebbero aiutare, magari hanno amiche che hanno avuto il mio stesso problema e l’hanno risolto. Ho sentito addiruttura parlare di una medicina, ubu.. prof.. ibufro, mannaggia non lo ricordo più che nome hanno detto alla radio. Le rivedrò la settimana prossima, avrò di certo che da chiedere.

Ma adesso non mi importa di quei pochi giorni al mese. So di essere ancora piccola ma voglio pensare a tutti i giorni del mese. Tutti i mesi di un anno e tutti gli anni della mia vita. So che ho sbagliato ad andare via di casa ma voglio dire a mio padre che l’ho fatto per amore. Si, ho capito a diciassette anni che cosa vuol dire amare un ragazzo e sono sicura, sicurissima del fatto che riuscirò a farlo capire anche a mio padre. Ieri sera, mentre per la prima volta abbiamo dormito sotto lo stesso tetto, lui mi ha detto che si può far finire tutto ma non il sentimento che lega due persone. Sono state queste parole ad avermi dato la forza di tornare a casa e spiegare a loro cosa voglio fare della mia vita. Devo tornare a casa perchè nonostante mio padre possa sembrare cattivo mi ha dato da mangiare per diciassette anni della mia vita, glielo devo.

Oh, eccolo li mio padre. Ma perchè mi gira le spalle? Si sarà arrabbiato. Ok, aspetto qui non ti preoccupare.

Non vedo l’ora di poterglielo dire.

Ma perchè c’è tutta quella gente? Ehi, non mi spingete… Ahi, mi hai fatto male. Lasciatemi spiegare…

Il mio naso, sangue. Mi manca il respiro… papà ?

Non passa giorno che, al telegiornale o sulla carta stampata, si fa il resoconto dell’omicidio di turno. A volte il delitto assume più che altro il carattere del massacro invischiato di particolari più o meno crudi. Di fronte a questi avvenimenti ci si domanda perchè avvengono tutte queste crudeltà e se c’è una logica perversa dietro. Io, invece, mi domando perchè ne avvengono così poche tenendo conto che la logica perversa dietro c’è eccome.

Non ci vuole molto a capire che la società odierna sta andando alla deriva. Trascinata nel divino intento di possedere, di avere, di sfruttare. C’è un sentimento comune a tutti gli occidentali ed in misura diversa, ma equiparabile, negli orientali di realizzazione personale, di affermazione, di sete di potere. Mi domando perchè questi avvenimenti accadano con una così bassa frequenza perchè, oltre alla spiegazione psicosociale, c’è n’è una ancora più ancora più preoccupante: quella istintiva. Che ne possa dire Ratzinger, o il mio insegnate (non professore) di religione del liceo, noi siamo animali. Siamo animali e in quanto tali abbiamo un istinto come tutti gli altri animali, anche di specie diverse. Una mamma a cui viene sottratto il figlio con la forza reagisce con abilità che ad un osservatore esterno appaiono sovraumane. E’ l’istinto che, di pari esempio, scaglia una zebra contro un leone che minaccia la sua prole.

L’animale mangia per vivere, noi mangiamo per vivere. L’animale si procura il cibo cacciando, con la violenza, noi lo procuriamo comprandolo. E quando il mezzo di scambio, il danaro, viene meno l’uomo deve cacciare, usando violenza. La società attuale impone dei limiti e dei traguardi: i primi sono rappresentati dal fatto che per mangiare devi avere mentre i secondi dal fatto che quanto più hai, ovvero quanto più vali, tanto più mangi. Anche avere una costosa automobile può soddisfare il nostro istinto animalesco di sopravvivenza proprio perchè rappresenta, in modo perverso e deviato, il nostro valore nella società .

Prendiamo dieci galli da dieci pollai differenti e mettiamoli in un nuovo pollaio con una sola gallina. Gli animali si scanneranno per avere i favori dell’unica femmina capace di continuare la razza. Prendiamo dieci uomini e mettiamoli in un ufficio con una sola donna o, meglio ancora, diamo ai dieci uomini l’obiettivo di avere una modella che appare in un cartellone pubblicitario come compagna. L’esempio viene da sé. Se invece omettiamo di mettere la gallina e la sostituiamo con
il cibo assistiamo alla stessa scena. Se manca il cibo, e torno a dire perversamente, se manca la realizzazione tanto necessaria quanto difficile da ottenere, si ha il malessere dell’animale-uomo che si sfocia in violenza.