Chino sulla scrivania stavo scrivendo le solite formule chimiche. Il processo è razionale è logico, oltre che intellettualmente onesto: comprendi una cosa e ti verrà automatico riprodurla “step-by-step”. Il rischio della ricorsività , però, sta nel fatto che la testa devia verso pensieri che poco hanno a che fare con l’argomento che dovrebbe tenere occupato il cervello. Così inizio a pensare. “Dio solo sa a che cosa” direbbe un credente. Al posto dei carboni inizio a scarabocchiare qualcosa mentre le idee sembrano concentrarsi, sfocandosi, nel famoso punto da fissare in caso di sovrappensiero. Scarabocchi su scarabocchi, ecco cosa scrivo.

Ad un certo punto guardo il foglio e vedo uno strano disegno. Una firma o, meglio ancora, una sigla. Smetto di pensare e mi soffermo su quella strana creatura che è stata riportata talmente tante volte da aver riempito un foglio. Dopo un po’ mi viene in mente cosa è quello scarabocchio: la firma di una professoressa delle scuole medie. Come un fulmine ricordo tutto: ero in prima media e capitavo con la professoressa più stronza che l’intero corpo docenti mondiale potesse mai avuto avere. Grida ed insulti erano all’ordine del giorno oltre che sigarette fumate dentro l’aula. Questa signora, però, aveva un pregio: lasciava svolgere i compiti per casa in un tempo non eccessivamente corto.

“La mia materia è minore rispetto ai colleghi di Italiano e Matematica per cui vi lascio questo compito da fare, quando avete completato me lo fate vedere, lo correggo, lo firmo e ve lo tenete nello zaino fino a quando tutta la classe non ha finito. Poi li consegnate. Lo faccio tenere a voi così imparate a responsabilizzarvi, a tenere care le vostre cose.”

Quindi succedeva che tizio finiva il compito, il primo momento utile lo faceva correggere alla professoressa la quale lo firmava e lo riconsegnava. Quando tutta la classe aveva consegnato i compiti venivano dati alla professoressa la quale li registrava nel “Diario di Classe”.

Sono sempre stato attento a scrutare le persone in ciò che fanno, specialmente se estranee. Quando installo un programma nel mio computer la prima cosa che controllo non è se questo funziona, o se fa ciò che promette di fare, ma cerco il modo per metterlo in crisi. Togliere le protezioni, vedere i bug, capire come “ragiona” e dove “ha sbagliato” il programmatore è una esperienza per me unica. Ho applicato il reverse-engineering anche per la professoressa in questione scrutando minuziosamente le operazioni che faceva in fase di acquisizione, correzione, e registrazione dei più svariati compiti.

Ero in prima media quando, un giorno piovoso e molto buio (la scuola media l’ho fatta di pomeriggio). Dovevo essere interrogato ma l’ora era finita così la professoressa mi porta nella classe terza. Terza A, per la precisione, al piano di sopra. Volti nuovi, di preadolescenti che iniziano la via del bullismo. Mentre parlo lei apre la sua borsa, che adesso definirei da “puttana” in quanto grigia con contorni dorati, ornata di un piumino che sembrava una decorazione dell’albero di Natale. Esce dei fogli, sono i compiti dei miei compagni di classe e li corregge. La sua testa è inclinata per permettere agli occhi di bypassare gli occhiali ed ogni tanto sbuffa marcando un periodo con un segno rosso. Alla fine tutti i compiti sono stati corretti e, in quanto ripiegati a metà , firmati nella parte che altro non è che la prima colonna del quarto foglio.

“Bene Fabrizio. B+, ho visto che ti distraevi facilmente. Forse non hai studiato bene bene.”. Disse, accendendosi una sigaretta, che potevo andare in classe e se gli facevo la gentilezza di dare a D.B Beatrice, C. Giuseppina, e Silvia S.C. i loro compiti. Presi quei compiti e nel corridoio che dava alle scale pensavo al fatto che lei dopo aver siglato i compiti non li ricontrollava. Se fossi riuscito ad imitare la firma avrei potuto commettere il mio primo falso in atto pubblico. In realtà non ne avevo bisogno ma pensavo di fare una cosa giusta punendo quella stronza, potevo aiutare qualche compagno e qualche compagna per guadagnare un pò di rispetto. Non ne feci parola con nessuno e con una scusa mi feci prestare da Silvia S.C il suo compito, che era già stato siglato. Quella sera provai cento ed una volta a fare quella firma che, alla fine riuscì perfetta, il giorno dopo per ringraziarla del compito le proposi la mia idea.

“Si, ma diciamolo anche ad Elena L. e Daniela P., mi rispose”
“Va bene – risposi – ora parlo con Nino F., Santino C, Lucio C. e vediamo cosa ne pensano”

Quella firma che tredici anni fa rappresentò la via di salvezza per un gruppetto della classe l’ho rifatta oggi, sul foglio che all’inizio era destinato alla chimica.

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