Io non ho molta fortuna.

Non so neppure come abbia fatto mio padre a mettere incinta mia madre, non capisco dove, quarantasette anni fa, abbia trovato il tempo per una intera notte. Lui e quella sua eterea azienda da seguire, da gestire, da comandare. Quei viaggi su e giù per il mondo. Oggi a Roma, domani a Parigi e il prossimo weekend a New York.

Da bambino pensavo che queste città fossero disposte lungo una ipotetica linea retta. Abbracciate e servite da una unica autostrada, che soltanto per brevi tratti curvava. Pensavo che quello stronzo di mio padre, su quella costosissima Citroen DS Pallas, che come forma mi faceva tornare in mente una raffigurazione di uno squalo vista in una copertina di un libro di Verne, potesse andare e venire da ogni città in pochissimi minuti. Avevo un fottuto bisogno di sapere che se avessi avuto di bisogno lui avrebbe mollato la sua valigia di pelle per venire a casa. Anche per giocare.

Invece no. Niente di tutto ciò.

Quando compresi che la disposizione delle città non era tanto eterogenea, continuai a sperare. E mi fu complice la televisione. Guardavo ipnotizzato qualsiasi forma, qualsiasi cosa uscisse da quello schermo acromatico. E pensavo che, un giorno, avrei potuto vedere mio padre tra la folla, magari con la sua Citroen pesciforme e con la sua ventiquattrore. Gli ittiopsidi, però, sono bravi a nascondersi.

Nel frattempo ci trasferimmo in Toscana. In una casa umida, ma immersa nel verde e nella pace. Avevamo un cortile che sembrava dissolversi in una valle, con due sontuosi alberi che parevano sorvegliarlo. Si mostravano come due cavalieri che con la loro mole vegliavano su chi potesse transitarvi lasciando passare soltanto le persone buone.

Vennero gli anni ’80. L’ultimo ricordo che ho di mio padre appartiene a quel cortile. Trovò comodo fermare la sua Lotus Espirit turbo sotto gli alberi, aspettò due o tre minuti e scese con un cucciolo di Labrador. Era  piccolo e spaventato. Mi disse che quel cane poteva essere un ottimo compagno di giochi, che doveva partire per affari e che non sarebbe tornato presto.

Ero dentro casa quando sentì il rombo di quel poderoso quattro cilindri in linea turbocompresso.

Non lo rividi più.

Avevo un quattordici pollici, Windows ME e una scomoda postazione per PC. Iniziavo a muovere i primi passi nel reverse-engineering. Era, probabilmente, il 2000. Avevo da poche settimane messo online un intero sito dedicato alla programmazione. Visual Basic, un po’ di HTML e Turbo Pascal. Google era sconosciuto, si utilizzava Arianna, Altavista, Lycos.

Controllavo la posta elettronica. Lo spam era davvero minimo, forse inesistente.

Leggo una email, cordiale, breve e diretta: “La disturbo per chiedere se, dietro compenso, può darmi una mano nella realizzazione di un algoritmo per lo sviluppo del, complesso, calendario Maya. AMC.”

Rispondo che avrei volentieri aiutato questo sconosciuto, senza chiedere soldi. Iniziò una fitta comunicazione, dapprima mediante email, e successivamente un parallelo scambio di CD con codici sorgenti, teorie, moduli e ottimizzazione del codice.

Nelle email che ci inviavamo iniziavo sempre con un colloquiale “Gentile signore” e, questo davvero gentile signore, rispondendomi, si riferiva a me con “Gentile Professore”.

Io non avevo idea di cosa fosse una calendario Maya e manifestai le mie perplessità al “gentile signore”, che di tutta risposta si premurò ad inviarmi un libro che, per la verità, non ho mai finito di leggere. Poi iniziammo a sentirci telefonicamente, mi disse che mi avrebbe ospitato per “ripagarmi” del tempo perso a Roma ed io, se non per spirito di educazione, accettai.

Non sono mai stato a Roma. Persi i contatti virtuali con AMC nel 2004 o nel 2005. Eppure ci inviavamo gli auguri di Natale e di felice Anno nuovo.

Adesso scopro, dalla homepage di Repubblica.it, che questa mia conoscenza virtuale è venuta a mancare.

 

Click.

Quel suono, prodotto dalla plastica scadente del pulsante di spegnimento di un vecchio telefono “made in Italy”, echeggiò nella stanza. Un riverbero macabro, miscuglio di strane armonie, onde fondamentali che si univano per generare quello strano rumore. Una scrivania e una pianta, ormai appassita, rappresentavano l’arredo di ciò che, fino a due mesi prima, era il centro nevralgico del paese. Un omone si teneva la testa, mimando uno sforzo sovraumano. Alla sua destra il telefono.

Non passarono neppure due minuti. La porta, in fondo, fu aperta da due uomini. Giacca e cravatta, quello più magro, camicia bianca l’altro. Facevano passi lenti, felpati, quasi a non voler disturbare l’omone che, nel frattempo li iniziò a fissare. Nei suoi occhi traspariva la paura.

- Non c’è bisogno che parliate, disse.

I due, compostamente alzati davanti all’omone, sospirarono e annuirono.

Le notizie non erano delle migliori. Bill Bradford, era stato appena giustiziato. Gli states si riscoprirono cinici, capaci di far male a loro stessi. Infilarono un ago dentro la pelle di quel giustiziere del popolo e lo seppellirono con la sua Heckler&Koch che, due anni dopo la sentenza di assoluzione, era stata placcata di oro. Mandarono all’aldilà anche la targhetta che William aveva inciso di suo pugno: “l’oro della democrazia annienta lo strumento che l’ha risvegliata”.

Quell’omone, Adolfo Bonomelli, che tutti chiamavano Ad, iniziava a sentire le voci della sua stessa gente che gridava, urlava e devastava tutto ciò che si poneva loro davanti. Erano ad un chilometro di distanza ma li sentiva dentro, nel cuore, nella testa, nelle ossa. Le loro grida sembravano tirare, contorcere, strappare e lacerare ogni singolo centimetro della sua pelle.

- Presidente, vuole che …

Sorrise.

- No grazie, avete fatto abbastanza. Ora andate.

I due si avvicinarono, lo salutarono con una formale stretta di mano e, sempre in modo composto, gli voltarono le spalle.

Aveva creduto, Adolfo “Ad“, ad ogni singola parola dei suoi discorsi. Aveva perfino idealizzato l’omicidio del Ministro, traslitterandolo in un evento necessario. Lui, come William detto Bill, ebbe il coraggio e la passione di ribellarsi, compiendo un gesto che, al bar, tutti sono capaci di teorizzare. I suoi toccanti discorsi avevano risvegliato la Sinistra, assopita da quello stadio stazionario, che la rendeva inerme – o forse complice, secondo altri – del più becero governo Liberale. Tante troiette erano state, letteralmente, prese a calci in culo e sbattute fuori dal Palazzo. L’Italia visse un intero anno di purificazione. Quell’omone riuscì, in un fottuto anno, a compiere ciò che l’intero popolo del Bel Paese non fu capace di attuare dai tempi della Gens Iulia.

Il concetto di mafia si espanse, nell’accezione criminale, e toccò anche coloro che reiteravano una semplice minaccia ad un commerciante. I pesci piccoli equiparati a quelli grandi, pura genialità. D’altro canto, per dirla tutta, la necessità di delinquere venne meno. Lo Stivale fu il centro nevralgico dell export; tutti i settori, nel più amplio ventaglio, aumentarono la produzione. Le tasse furono sensibilmente ridotte e in tre mesi fu varata una epocale riforma sull’ammortizzazione sociale. In un anno si coniò il termine “Euro Italiano”, per rafforzare il concetto che tutta l’Europa dipendeva dalla solidità del bilancio del nostro Paese. La Volkswagen trasferì ben sei stabilimenti in Italia, l’Inghilterra stritolata dal debito pubblico accettò, dietro un considerevole prestito Italiano, di entrare nella moneta unica. Non serviva più delinquere. Chi lo faceva, sapeva su cosa andava a schiantarsi.

La visione democratica di Ad si estese anche nei piccoli aspetti. Nelle parti che lui chiamava “i dettagli della democrazia“. Furono scremati tutti i corrotti da ogni singola parte dello Stato Italiano. Ogni componente della forze dell’ordine fu esaminato, tanto nel pubblico quanto nel privato. Loro facevano parte dello stato: erano i pesci piccoli. E fu amaro scoprire che molti di loro, non disdegnavano di torturare, come nel più schifoso film di serie B, semplici cittadini, fermati magari per un controllo. Molti di loro, ingenuamente, si autodefinirono Fascisti.

Benessere. Ecco cosa era diventata l’Italia. La terra capace di donare benessere, proprio quel termine tanto abusato.

Un grosso sasso distrusse l’enorme finestra. Una scheggia ferì Al.

Li sentiva gridare, colpire qualsiasi cosa avessero a tiro. Erano inferociti, e avevano circondato il palazzo.

Post ispirato da Revolutionary Road e da Il puttanariato

- Perché fai questo?

- Perché? Anche se te lo spiegassi con le parole più semplici che possa trovare tu non capiresti.

- Provaci.

- Fidati. Prima di te altre persone hanno fatto la stessa domanda. E poi… tu…

- Cosa?

- Beh! Tu… ehm … non vorrei offenderti.

- Ah certo! Io sono un bambino. Abbastanza comica come cosa. Tu sei la morte!

- È il mio lavoro.

- No che non lo è! Licenziati.

- Non posso.

- Perché mai?

- Proprio non capite voi umani. (sbuffo). È sempre così difficile con voi. Prima di te è toccato ad un povero micio. Voleva passare la tangenziale per tornare a casa. Quello nemmeno ha frenato, se lo avesse fatto sarebbe arrivato in ritardo di cinque secondi all’ufficio. Quando mi sono presentato, la ruota era a meno di un millimetro dal suo fragile cranio. Mi ha guardato, ha capito, e si è lasciato andare. Crack! Forse ha pure perdonato il suo assassino.

- Se tu fossi intervenuto quel micio non sarebbe morto. E forse avrebbe rallegrato un bimbo.Il suo padrone, non trovi?

- Ecco! E questo il punto. Mi accollate responsabilità che non ho. Dovreste vedere le cose da un altro punto di vista: è vero, io porto la morte, ma anche la felicità.

- Questa poi!

- Certo, tutto esiste in virtù del suo contrario. La morte è strazio, dolore, sofferenza, apatia. Ma attraverso essa si ricorda la felicità della vita, la gioa, i lieti eventi e l’entusiasmo.

- Ma io, fino a pochi mesi fa, ero tutto questo. Gioia, felici…

- Si, si si si, ok. La solita solfa. Non metto in dubbio che tu possa essere stato felice. Ma vedi, caro il mio bambino, torno a dirti che c’è il male esiste soltanto perché  c’è il suo contrario: il bene. Il paradiso è un luogo vero, ma è tale soltanto perché altrettanto vero è l’inferno. Ora, però poi devo andare sul serio quindi vediamo di concludere, ti faccio un esempio, come dire… “personale”.

- Ti ascolto.

- Bene. Nei tuoi geni una proteina è difettosa e ti ha portato alla morte. La proteina è espressa da un allele. Ammetto di essere un po’ arruginito con la genetica, non mi aggiorno da quando ebbi modo di fare una piacevola conversazione con quel simpatico prete… come si chiamava? Mendel.

- Era un Gregoriano, non un prete!

- Sisisivabbè.Dicevamo che la proteina difettosa è il risultato di ciò che è scritto in uno dei tuoi sessantamila geni. Gene che, a sua volta, è una piccola porzione di un cromosoma. Tu hai un allele difettoso, si dice così mi pare, perché contemporaneamente, in un altro cromosoma gemello, possiedi un allele funzionale che, tua sfortuna, non viene espresso e resta silente. Per te, la tua mamma, il tuo papà o chiunque ti abbia conosciuto in questi dodici anni sarà una sofferenza. Però, nota una cosa: le altre persone sapranno che i propri cari possiedono l’allele “buono” che codifica per la proteina “giusta”. Vedi? La piccola sofferenza che si scatenerà non appena, e spero avvenga presto, mi avrai lasciato fare ciò per cui sono pagato servirà per far riflettere e gioire dieci, cento o forse mille persone.

- E se io non volessi?

- Mi sto innervosendo. Avrei dovuto mietere almeno due o tremila anime nel frattempo. E stasera trasmettono pure un filmone degli anni ’60. Guarda che facciamo, così non faccio spazientire nemmeno i miei Capi. Per farti capire che tutto è inevitabile e che alla sofferenza si contrappone la felicità dammi un compito. Uno qualsiasi. Non ho limiti, né di calcolo, né di luoghi. Nulla di nulla. Ma facciamo in fretta. Non fare il furbo, io posso soltanto prendere anime e non posso certo suicidarmi. E, va da sé, non ti posso risparmiare la vita. È così e sarà sempre così, a meno che tu non trovi, entro due minuti, un soggetto che possa rompere questo, come dire, circolo vizioso.

- Prenditi Dio.

Il mio turbodiesel fa un rumore della Madonna. Ero al rifornimento e sentivo soffrire i pistoni, fissavo il contagiri e avrei barattato mia nonna con il posto di quel coglione con la fiat regata, che era proprio davanti a me. Nel frattempo sudavo, guardavo la colonnina. Non mi aspettavo quell’imprevisto, dovevo trovare una alternativa, risolvere la questione al più presto.

Una fiat regata, capite?

Con la punta del piede alzavo l’acceleratore, prima pian piano, poi con decisione facendo perno con tacco della scarpa. Niente. Sempre 800 giri al minuto. Anche qualche cosa stava girando. In me.

Finalmente se ne va. Rumore metallico, fumo. I criceti dentro il motore si erano surriscaldati.

- Capo, quanto?

- Me ne servono sette litri e tre decimi.

- Quanto?

- Sette litri e tre decimi. Anzi, facciamo quattro decimi che non ho calcolato l’attesa di prima.

- Ma mica posso darle sette litri e tre, quattro decimi.

- Perché?

Quello, incazzato, guarda la colonna del distributore. Stringe i polsi e dopo un po’, tronfio, mi dice.

- E lei, quindi, pensa di darmi 10 euro e 54 centesimi?

- Si, sono qui. Eccoli. Tutti a pezzi da 2 centesimi. Soltanto che devo contare qualcosa in più per quel decimo di litro che non era previsto.

- Ma sta scherzando? Devo lavorare… sono qui dalle sei, sono sempre fuori casa e lei mi prende in giro?

- No. Io non lavoro più se le interessa.

- Vada via, lasci questa area di servizio.

- Prima i sette litri e quattro decimi. È tutto un calcolo.

Quell’omone, davanti a me, sbuffava. Incazzato, sferra un colpo sul cofano del mio, lo sapete già, turbodiesel. Inclina leggermente la sottile lamiera che lo compone.

- Ecco, ora l’aereodinamica è compromessa. Me ne serviranno almeno due o tre decilitri in più.

- Io le sfascio la macchina e lei fa i calcoli?

- Certo, tutto è un calcolo. Sa che il suono emesso dall’impatto della sua manona sul mio cofano può essere scisso nelle sue onde fondamentali?

- Che?

- Si, mediante una trasformata veloce di Fourier. Che, per inciso, potrebbe essere la chiave per il grande mistero dei numeri primi.

- …

- Ma non è questo il momento di fare questi calcoli.

- Perché?

- Perché devo fare una cosa. Forse ho un po’ di tempo. Sa perché tutta la vita è un calcolo?

- Lei è pazzo, su questo non ci sono dubbi. Ma voglio vedere fino a che punto, mi dica.

Scendo dalla macchina, mi siedo accanto a quell’omone e inizio a raccontare tutto.

- Vede, fino a stamattina ero il direttore di una importante multinazionale.

- Comandava lei?

- Diciamo di si, anche se ero sotto il controllo di un capo.

- Il capo dei capi, sghignazzò l’omone.

- Esatto.

- Dicevo. Ero andato a lavoro ma soltanto per una firma che, ieri, avevo dimenticato di mettere. In realtà avevo appuntamento con un consulente di viaggi. La vacanza dei sogni di mia moglie, due settimane in barca nel Mediterraneo.

- Beh, io sono stato una volta a Vulcano, due giorni.

- Ed io ci sarei stato se non fosse che, tornando a casa, in anticipo e con i due biglietti in mano, scopro mia moglie a letto.

- Che dormiva?

- Con il mio capo.

- Ah, la più classica delle situazioni.

- Esatto. E sa cosa ho fatto?

- L’ha picchiato?

- No, ho fatto un calcolo. Mi son passate per la mente tutte quelle volte che quell’apparente distinto signore mi chiedeva di fare due orette di straordinario. Di sostituirlo che lui si doveva assentare. Impegni improrogabili, diceva.

- Forse doveva davvero andare a qualche riunione.

- Forse anche Michael Jackson è ancora vivo.

- Beh!

- In tutti questi anni quante volte è stato a casa mia? Con mia moglie? E, da stamattina, non faccio altro che calcolare tutto. Perché il non sapere quante volte quella troia mi ha tradito mi fa impazzire.

- Beh, beva qualcosa. Domani passerà. Forse chiarirete. Certo deve essere un trauma che non vorrei mai e poi mai subire. Una moglie, un tradimento.

- Non è il fatto di per sé. Quello che mi rimprovero e non poter quantificare il, mi perdoni il termine, danno. Quante volte mi ha tradito?

- Mi perdoni, ma a cosa servono i sette litri e quattro decimi di diesel?

- In realtà nemmeno io sono sempre stato fedele a mia moglie. Il computer di bordo della mia macchina dice che consumo sette litri e tre decimi per andare e tornare dalla città del mio “passatempo non ufficiale”. Buffalora, si arriva dalla quarta uscita dell’autostrada in direzione nord. Conosce?

L’omone mi fissò.

- Certo. Abitiamo lì, da dieci anni. Ora de-dev-devo andare.

***

- Capo, quanto?

- Quaranta euro.

- Con quaranta euro vengono 28.16 litri di diesel. Mi serve una stima del consumo della sua macchina, anche se un sei cilindri a V, come il suo, di certo è molto assetato. Così le posso dire la sua autonomia.

- Ma che dice? Mi metta quaranta euro.

- Sbaglia a non dare importanza ai numeri. La vita è tutta un calcolo, se ha un po’ di tempo le racconto il perché.

Afa. Un filo di vento raffredda le foglie dei,  pochi, alberi che accompagnano gli infiniti viali che spezzano le frastagliate linee dei palazzi. Un silenzio surreale abbraccia la città interrotto soltanto dalle sirene di due o tre volanti che, a tutta velocità, si dirigono verso il Tribunale.

Qualcuno sa già ed aspetta, magari spera di poter essere inquadrato, anche per un solo attimo. L’intervista, la richiesta dell’opinione, per il signor nessuno, rappresenta l’arrivo all’apice della vita.

Il massiccio cancello si apre, le macchine rallentano. Le sirene si spengono ma continuano a sentirsi le ventole che cercano di placare la fatica compiuta da quei poderosi turbodiesel. Un cordone di polizia forma una strada virtuale, si tengono per i polsi a fermare quei curiosi che sbirciano dal finestrino.

È lì, chino. Lo riconoscono. Qualcuno urla “pezzo di merda”, altri “manettaro del cazzo”. Ma quelle anime, seppur così sprezzanti del losco figuro che si ripara nella berlina, sono nulla rispetto al plotone di fuoco dei giornalisti che, con i loro flash, le loro macchine fotografiche e le loro telecamere immortalano il viso di quel giornalista, loro collega, finalmente morso dal serpente del contrappasso.

È Marco Travaglio, il “vice” del Fatto Quotidiano.

Passano pochi attimi e viene raggiunto, in un lungo corridoio, dai suoi legali. Uno di essi, esile di corporatura, ma con voce ferma e decisa, china lo sguardo e chiede se quelle cose sono proprio necessarie.

- Ahò, risponde un agente che tiene l’imminente imputato stretto al gomito, le manette so’ er minimo per gentaglia come questa.

L’avvocato zittisce. Sa che nella gabbia gliele toglieranno e mancano soltanto pochi passi.

Il giudice ed il Pubblico Ministero, sono già lì ad aspettarlo.

- Generalità?

- Mi chiamo Marco Travaglio e sono nato a …

- Che professione fa?

- Giornalista professionista, lavoro per il Fatto Quo…

- Basta la prego. Lo interrompe bruscamente il pubblico ministero. Come fa a definirsi tale?

- Sa perché è qui? Chiede il giudice?

- Certo.

- Ha intenzione di rispondere alle domande?

- Certo.

- Penso, che in via del tutto eccezionale, la Presidenza voglia riconoscere che non c’è alcun bisogno di volgere le domande al dott. Travaglio che è inchiodato da una prova incensurabile. Per ciò che concerne il fatto (sghignazza) il Travaglio è palesemente colpevole di aver indossato delle mutande durante la registrazione del “Passaparola”.

- Erano dei pantaloncini.

- STIA ZITTO, CRISTO! Urlarono giudice e Pubblico Ministero.

- Dicevo, indossava mutande truffando, ex articolo 640 codice penale, i suoi spettatori che, invece, lo vedevano indossare una elegante polo.

- Cosa ha da dire, a riguardo?

- Ma saranno cazzi miei cosa indosso a casa mia?

- Per questo insulto subirà un separato processo. Sottolineò il Presidente.

- Ricordo inoltre alla corte che già un precedente, per ciò che concerne il diritto, può essere applicato al fatto in questione. Citerò la decisione del supremo telegiornale “Studio Aperto”, che con sentenza definitiva bollò come disgustoso il calzino turchese di Mesiano.

Il presidente chiese al “piemme” se un organo giudicante si era già pronunciato, in merito all’apparizione del Travaglio ed egli, puntualmente, sottolineò che:

- Gentile Presidente, “Il giornale” di Feltri …

- Casomai di Sallusti.

- Ma non c’è un poliziotto reduce dal G8  di Genova per contenere l’imputato?, chiese un nervoso Presidente.

- dicevo, il giornale di Feltri ha già scritto un articolo dal titolo “La scossa del Piemonte lascia Marco Travaglio in braghe di tela”, è agli atti, signor Presidente.

- Benissimo, io ho già deciso ma siccome oggi sono generoso lascerò alla difesa dieci secondi contati.

Era il momento decisivo. Un avvocato guardò Travaglio negli occhi, si girò verso il microfono e pronunciò le seguenti parole: Presidente, riteniamo che il tribunale competente non sia questo bensì quello di Forum.

Panico.

Domani, su rete 4, sapremo com’è finita.

Premessa: sono totalmente dipendente da Dropbox. Ho usato altri servizi, tra cui sugar-sync e spideroak, ma dropbox rimane in assoluto il miglior programma per la sincronizzazione dei files su più computer/dispositivi.

Non mi dilungo a spiegare a cosa serve Dropbox, chi legge di certo lo sa già :)

In questi ultimi giorni una importante modifica al regolamento ha suscitato un po’ di perplessità tra gli utenti poiché riguarda, in soldoni, il copyright dei files messi nel cloud di Dropbox. Si parla di “cessione” dei diritti e, in effetti, il termine risulta un po’ ambiguo. La principale paura è questa: se io ho scoperto la cura per il cancro e salvo il documento in dropbox c’è il rischio che, cedendo i diritti, loro diventino i proprietari? Una rettifica, arrivata a mezzo post del blog, chiarisce tutto: servono i diritti per poter garantire il servizio. È come se io acquistassi una macchina e chiedessi al garage Dropbox di custodirla. Loro mi chiedono le chiavi ma soltanto per poterla, eventualmente, spostare all’interno del garage.

Sono pochi, però, ad obiettare su un parametro chiave che sta alla base del servizio offerto da dropbox: la de-duplicazione. È logico che io non voglio che persone  che non conosco sappiano che files ho all’interno del mio computer e, di conseguenza, non accetto che “quelli di dropbox” possano avere informazioni circa i files con loro sincronizzati. Dropbox utilizza un meccanismo per risparmiare spazio sui server che, in qualche modo, fa venire meno la possibilità di “nascondere i file” che sfrutta un meccanismo semplicissimo. Ma questa è un’altra storia.

È strano fotografare una realtà che, per certi versi, sembra quasi irreale. Ieri sera, in una libreria, tre o quattro ragazzine erano alla ricerca di nuove letture. Nella zona tascabili, indeciso sul prendere Kundera o qualche altro autore sconosciuto, sento questa conversazione.

- Il diario di Anna Frank?

- Mhh, già letto. Te lo presto io.

- Questo?

- Terribile, lascialo perdere.

Stamattina, ancora assonnato, esco per andare a votare. Passo dal bar e, durante il tragitto, vedo tantissime persone con in mano il certificato elettorale. Davvero tante. Tre o quattro macchine piene di persone, famiglie intere che si sono spostate. Mi piace pensare che si siano presentate al seggio.

Entro, nel seggio.

- Ecco il documento.

- Fabrizio, ti conosciamo.

- Mi raccomando, ridacci la matita.

Voto. Quattro si, ovviamente. Anche se ero tentato di mettere un “no”, giusto per fare l’outsider e, nella piena consapevolezza che, in questo inutile meccanismo di quorum, per trasmutazione filosofale si sarebbe trasformato in “si”.

Tornando a casa, come di consueto, passo dall’edicola. Non prendo nulla questa volta ma due ragazze comprano un giornale. La Repubblica. Penso che sarà per i genitori, non ho mai visto una tredicenne leggere un quotidiano.

Esco.

Incrocio quelle due tredicenni. Una sfogliava il giornale.

Finalmente in disparte, pensava uno stanco Obama, che si siedeva e fissava un foglio. Sul quale avrebbe voluto leggere, anche per intervento divino, un suggerimento per far ripartire la strategia politica dei Democratici. Qualsiasi cosa, un trattato o due parole.

- Perché Bush veniva imboccato in ogni discorso, e io mi devo scervellare? Devo faticare come un negro in un campo di cotone?

Obama era lì, fissava quel foglio. Era stanco.

- E poi, ‘sti G8 inconcludenti. Sono sempre in giro per il mondo. Quando un G8 alla casa bianca? Ho volato per un giorno, sono stanco, sudato e questi francesi non hanno neppure il bidet.

Stanco. Si appoggiava una mano sulla fronte, anche se un pisolino era fuori luogo.

Avvertì una presenza, un omino che si piazzo proprio dietro il suo culo.

- How are you misterrrr Obamaaa?

A denti stretti si fece scappare una bestemmia in inglese.

- E questo che vuole, adesso? Di certo esordirà: “Gliela hanno mai raccontata quella di un negro che entra in un negozio di animali?”

- O peggio mi parlerà in inglese.

- Plis visit itali, we ave contries, beautiful mountains, landscappes and a lot of fiche.

Sul termine fiche decise che era meglio far avvicinare la traduttrice.

Due minuti di conversazione erano già più che sufficienti. La magistratura rossa, la Boccassini che è la burattinaia di Pisapia, che, a sua volta, è colui che mette i fake su emule.

Era stanco Obama.

Aveva voglia di trincarsi un gin-martini. Un whiskey on the rocks. Anche senza rocks. Bush lo poteva fare, perché lui no?

Invece quel’ometto parlava come se stesse cercando di fare la spia. Lo sai? Il mio compagno di banco si scaccola.

Sorriso di circostanza. I due si salutano. Quello abbronzato, ma meno negro, si allontana soddisfatto.

L’altro rimpiange di non avere con sé la valigetta nucleare.

Stamattina, incazzato come una bestia, non volevo fare proprio nulla. Ero senza voglia. Me l’aveva rubata Pisapia.

Poi mi loggo su Facebook. Solite puttanate. Prima di passare a youporn vedo un link di uno che si fa chiamare “uomo morde cane”.

È tra i miei amici virtuali, perché ritenevo possibile sistemarlo in un canile. L’uomo, intendo.

In questo link, dicevo, leggo il titolo, che è allarmante: The rosic ones. I rosiconi, tradotto, oppure gli interisti, interpretato.

In pratica, su Umore Maligno, si fa della satira su Spinoza. Assurdo. È come se Craxi andasse a rubare a casa di Pisapia.

Non capisco l’attacco frontale, mascherato da post satirico, di quelli di Umore Maligno. Forse non sanno ancora dove quelli di Spinoza posteggiano le loro auto?

Si dice che sia una questione di soldi, e di diritti del loro primo libro. Io ho la coscienza pulita. L’ho scaricato da rapidshare.

Qualcuno asserisce che su Spinoza c’è più la satira di una volta e che, adesso, è tutta campagna.

Altri suggeriscono che, su Umore Maligno, non c’è satira ma soltanto schifose oscenità. Gli stessi che sono fissati con il fisting.

Fissati con il fisting. Mi piacerebbe sentirlo pronunciato da Vendola.

Oggettivamente è vero: le battute di Spinoza sono leggendarie, ma dall’altra parte Zulli porta le troie. Genio e sregolatezza.

Zulli è un poeta, AlexFor scrive testi di una genialità inaudita, Kra è un paladino del diritto sociale. Tutti scrivono su Umore Maligno. Disturbo bipolare?

Non me ne vogliano gli altri. Non mi ricordo i vostri cazzo di nomi.

Di contro, su Spinoza, le battute sono pubblicate senza alcuna regolarità. Ehi, io ho il vostro libro, merito di più!

E, comunque, avete provato con Activia?

Lasciando perdere il tutto, anche in questo caso, rimango un convinto pacifista. Ho scritto ad ambedue parti la stessa cosa: Il tuo avversario vuole anche trombarsi tua moglie.